Restauro o supremazia estetica

OPEROSITÀ CONCRETA PER EVITARE GLI ERRORI DEL PASSATO

Fig. 1 Torre dell'orologio, Avellino, ©www.avellinesi.it.
Fig. 1 Torre dell'orologio, Avellino, ©www.avellinesi.it.

Riflessioni sul come e sul cosa fare

Il recente terremoto che ha investito gran parte delle Marche e dell’Umbria, danneggiando (ferendoli a morte) interi centri storici, fratturando, così, la loro tettònica architettonica e mutando la metodologia del nostro approccio alla Storia dell’Architettura, ha riproposto con rinnovato vigore il dibattito intorno ai principi ed ai metodi del restauro architettonico.
Discutere su quali sono i modi di intervenire sul già costruito, onde evitare gli errori del passato, come la ricostruzione dei moltissimi centri storici della splendente e verde Irpinia, che, posto l’accento sulla formazione stilistica della pura edilizia, ha portato alla completa ricostruzione, oggi è diventato una moda abbastanza consolidata. Un esempio è la ricostruzione del post-sisma del 23 novembre 1980 del centro storico della città di Avellino∗ (Fig. 1), i cui edifici raccontavano una storia lunga numerosi secoli; per il suo ripristino si è data la preferenza a tecniche invasive e non compatibili con i criteri della conservazione, tenendo conto solo dei requisiti di sicurezza (consolidamento antisismico) e stabilità; si è privilegiato trasformare in modo permanente gli edifici non rispettando la concezione e le tecniche originarie della struttura e le trasformazioni significative avvenute nel corso della sua storia, scegliendo di sostituire gli elementi strutturali danneggiati piuttosto che ripararli.

Fig. 2 Piazza del Popolo, Avellino, ©Dr. Pellegrino Bavaro
Fig. 2 Piazza del Popolo, Avellino, ©Dr. Pellegrino Bavaro

evitare tutti gli interventi volti a privare il monumento di quegli elementi che lo caratterizzano

È chiaro, d’altra parte, che la validità di questi interventi può essere contraddetta nell’ambito pratico, dove la varietà dei casi specifici esige soluzioni che non possono sempre essere ricondotte alla teoria generale, come le infrastrutture o i manufatti gravemente danneggiati, come in questo caso, da un tremendo evento naturale. Quindi, la complessità dei problemi che ogni singolo edificio può presentare è sempre tale da non consentire indicazioni che vogliono avere valore assoluto. Però, va tenuto sempre presente, tuttavia, che, in linea di massima, sono sempre da evitare tutti gli interventi volti a privare il monumento di quegli elementi che lo caratterizzano nello stato in cui è pervenuto attraverso i secoli, sia per quello che si riferisce agli edifici in sé, sia nel loro rapporto con il tessuto urbanistico in cui erano collocati, come aveva sostenuto il francese Viollet-Le-Duc, che vedremo innanzi, estendendo la tutela non solo al monumento ma anche al suo intorno.
In Polonia, con criteri in genere legittimi e accettabili, dopo il terremoto del 1986 è stata eseguita la ricostruzione conservativa quasi totale di Varsavia.
Mentre il centro storico di Avellino non c’è più (Fig. 2)

Fig. 4 Corso UmbertoI, Avellino, ©Dr. Pellegrino Bavaro
Fig. 4 Corso UmbertoI, Avellino, ©Dr. Pellegrino Bavaro

straordinario centro storico di origine medievale

Gli avellinesi non potranno più rivivere il loro straordinario centro storico di origine medievale, popolato, dove era possibile riassaporare una vita normale e meravigliosa fatta di piazze lastricate, palazzi medioevali e viuzze, dove si affacciavano le botteghe degli artigiani (Fig. 4 e Fig. 5). Oggi il suo ricordo sembra essersi fermato al 1980.
Ritornando all’assunto del titolo, questo saggio non ha intenzione di affrontare l’analisi di una selezione di casi di studio di restauri di edifici molto degradati o danneggiati o monumenti in parte crollati o essere una vera e propria proposta di progettazione, ma l’analisi dell’argomento è sul tema della proposta del restauro o più in generale sulle modalità diverse di intervenire sul già costruito.
“Enunciati”, che hanno dato vita al cliché del restauro come consolidamento, recupero, ripristino, riuso, risanamento, modernità, “integrale” conservazione o, al contrario, come “integrale” ripristino; tante “parole” per definire interventi sul patrimonio architettonico. Questa babele di termini non aiuta certo a capire su cosa e come bisogna operare.
Per uscire da detta confusione sarebbe sufficiente riferirsi al vocabolario italiano, voce restaurare, per il termine più importante della serie menzionata. Non ci sarebbero più equivoci: ‹‹Restaurare = rimettere nelle condizioni originarie un manufatto, un’opera d’arte, ecc., mediante opportuni lavori di riparazione o reintegro.›› (Devoto-Oli). Ed ancora: ‹‹diversamente dai restauri storici compiuti in passato – nell’età imperiale, nel Rinascimento, nel Settecento – con criteri e tecniche orientati al rifacimento delle opere, con modificazioni spesso sostanziali›› (Treccani).
Lo capirebbero anche coloro che finora hanno colpevolmente sostenuto che la voce restaurare andrebbe abolita, per sostituirla con quella di conservare. E cioè col fatto che restaurare significa riparare e reintegrare i manufatti al fine della conservazione non solo della loro materia, ma anche del significato architettonico della loro forma originaria, in quanto sono fatti non solo per comunicare emozioni, ma anche per comunicare il proprio linguaggio.
C’è un’unica distinzione da fare: da una parte tutte le categorie d’intervento previste anche dalle varie normative di legge, dalla manutenzione al risanamento, ecc. e dall’altra il restauro, che rappresenta una disciplina a sé stante, un modo di operare che dovrebbe accompagnare, in vari modi e gradi, tutti gli interventi sul preesistente.

Fig. 5 Via Nappi, Avellino, ©Dr. Pellegrino Bavaro
Fig. 5 Via Nappi, Avellino, ©Dr. Pellegrino Bavaro

Un progetto di restauro, che riguarda manufatti dell’architettura, è un patrimonio di memoria collettiva

Possiamo aggiungere, per precisare ancora meglio, che l’intervento di risanamento conservativo, soprattutto a causa della scarsa sensibilità esistente nei riguardi che esprime, viene impropriamente indicato solo per i “beni architettonici di valore storico-artistico” e non per il “patrimonio edilizio complessivo” che tali valori non rappresenta. Ad esempio, nei centri storici, i primi costituiscono una parte, neppure maggioritaria, dei complessi immobiliari, che, invece, sono espressione di civiltà nella loro interezza. Di conseguenza, la conservazione dovrebbe guardare, innanzitutto, gli insiemi, comprese le opere modeste, e non essere modulata in categorie, a seconda dell’intensità dei singoli valori in gioco.
Un progetto di restauro, che riguarda manufatti dell’architettura, è un patrimonio di memoria collettiva, che in qualche modo caratterizza il nostro Paese in modo significativo anche rispetto ad altri ambiti geografici. Il progetto di restauro è un progetto complesso, che in qualche modo richiede all’architetto una competenza non solo nel campo tecnico, ma anche in campo umanistico. Quest’ultimo importantissimo perché gli consente di verificare la complessità dello schema, costituente l’edificio storico; di individuarne le varie fasi da quella originaria fino all’attuale configurazione, così da avere una testimonianza fondamentale e palese delle tecniche costruttive storiche, anche in campo tecnico. Conoscenze che gli permettono, quindi, di affrontare un progetto di tutela, di valorizzazione e di restauro dall’alto valore identitario, in cui la comunità si riconosce come in un elemento fortemente connotante (patrimonio collettivo). Il restauro architettonico esprime dei valori storici testimoniali di arte costruttiva per cui qualsiasi intervento su di un manufatto deve essere fortemente condiviso dalla cultura e deve essere consapevole da un punto di vista tecnico e culturale. E significato culturale significa valore estetico, storico, scientifico, sociale e spirituale per le generazioni future e presenti.
Cioè, un intervento di restauro su un edificio monumentale o un’area urbana di un centro storico deve porsi come scopo ultimo la sua conservazione, mantenendo le qualità passate per il soddisfacimento dei bisogni emozionali delle generazioni future. I mezzi per raggiungere il fine della conservazione ce li fornisce non solo la tecnica del restauro, ma una diversa modalità di guardare alla storicità presente e alla preesistenza attraverso la cultura umanistica. Un carattere operativo della conservazione che va oltre il manufatto da tutelare e sviluppa una stretta correlazione con l’ambiente circostante e la sua storia. Il carattere operativo che si propone è la de-materializzazione del manufatto architettonico anche attraverso la dimensione immateriale della sensibilità (caratteristica necessaria per gli architetti) della cultura storica (formazione umanistica), che dicevamo innanzi. Vale a dire la capacità di apprezzare, di percepire e recepire stimoli architettonici esterni, trascendendo la materia stessa dell’opera, e riconoscerli come parte del patrimonio culturale e attualizzarli.

non tradire mai lo spirito

L’articolo 9 della Carta Internazionale di Venezia (1964) recita lo scopo ultimo del restauro ‹‹Il restauro è un processo che deve mantenere un carattere eccezionale. Il suo scopo è di conservare e di rivelare i valori formali e storici del monumento e si fonda sul rispetto della sostanza antica e delle documentazioni autentiche. Il restauro deve fermarsi dove ha inizio l’ipotesi: sul piano della ricostruzione congetturale qualsiasi lavoro di completamento, riconosciuto indispensabile per ragioni estetiche e tecniche, deve distinguersi dalla progettazione architettonica e dovrà recare il segno della nostra epoca. Il restauro sarà sempre preceduto e accompagnato da uno studio storico e archeologico del monumento.››. Ad una così chiara formulazione circa i cardini sostanziali sui quali deve basarsi il progetto del restauro si può solo aggiungere quanto presuppone e, cioè, oltre a un notevole bagaglio di conoscenze storico-artistiche-critiche e tecniche, una non comune sensibilità.
Un altro punto essenziale sul quale si deve fondare il progetto di restauro è il non tradire mai lo spirito, l’essenza stilistica dell’edificio cosi come è giunta a noi. Se si esclude il caso di importanti monumenti per i quali l’operare caso per caso è ancora più calzante, si può fare l’esempio apparentemente più facile, quello che con più frequenza può verificarsi nel lavoro: il restauro di facciate con la nuova, doverosa stesura dell’intonaco e del colore. È giusto ricorrere al colore originale (ammesso che le indagini chimico fisiche ce lo attestano) o è meglio mediare quel colore con l’aspetto attuale di quella strada, di quella città? Non è forse meglio, in altre parole, conservare quel bene rispettandone il tempo passato insieme al presente?
A volte l’utilizzo del monumento impone sia il cambiamento della destinazione d’uso in edifici ancora integri, sia la ricostruzioni di quelle parti dell’edificio crollate o in pessime condizioni statiche, ciò introduce la riflessione su come debba trattarsi il tema della “trasformazione” in restauro. 
Nell’operare per il cambiamento di destinazione d’uso, la cosa prioritaria da rispettare è l’edificio stesso: crediamo che non si debba piegare eccessivamente l’edificio alle nuove esigenze, ma renderlo capace di accogliere la nuova modalità e finalità di utilizzo con la struttura che gli è propria. Il rispetto consisterà allora nel compiere quelle operazioni che nel complesso non violino la qualità intrinseca dello spazio architettonico (ricordando che l’architettura è soprattutto spazio). Quindi, il problema dell’utilizzazione dei manufatti non può essere considerato a sé stante, come avviene fin troppo spesso. Per contro, eventuali e limitate integrazioni o sottrazioni di materia vanno effettuate sempre in funzione dei prioritari obiettivi della conservazione e della trasmissione al futuro dell’opera. Mentre il problema dell’integrazione è assai delicato, e, come del resto sempre operando nel vecchio e tenendo presente quanto scritto da Massimo Cacciari che afferma: «La parte (e i suoi “particolari”) assumono significato soltanto alla luce della quantità o della forma che li comprende unitariamente»1, dovrà avere una risposta caso per caso. Una cosa è integrare piccole parti di modanatura, altra è ricostruire intere parti; se il primo caso sarà quasi sempre facile accettarlo, pensando anche a come da sempre si sono “rifatti” uguali all’originale quegli elementi architettonici più logorati, consumati o infranti, facenti parte di monumenti importanti, il secondo presenta ovviamente molta più difficoltà. C’è la circostanza della totale ricostruzione di un monumento, emblema di un luogo, ma difficile è pensare a ricostruzioni parziali di vaste zone edificate. Forse le parti crollate di un vecchio edificio andranno considerate perdute, ma non l’essenza stilistica e la loro storia. Quanto alla ricostruzione, essa è l’esatto opposto del restauro, per cui persino il caso limite delle pessime condizione statiche non autorizza ad invocarla.
Roberto Pane affermava: «[…] gli organizzatori che avevano ritenuto assai opportuno un incontro sul tema in un momento in cui i problemi dell’incontro tra antico e nuovo – già tanto tradizionali in Italia da poter essere considerati essi stessi- si impongono in maniera così urgente e drammatica... […] se si nega la possibilità di un vitale accostamento tra le immagini del passato e quelle di oggi, si perviene inevitabilmente a negare la continuità della cultura nella sua accezione più universale..»2.
Condividiamo pienamente il pensiero dello studioso che si è battuto vigorosamente, nella generale indifferenza, per l’affermazione di questo “incontro” tra antico e nuovo e riteniamo fondamentale, per conservare i valori di un centro storico, stratificato nei secoli, la realizzazione di architetture che rappresentino la nostra contemporaneità. Ogni epoca ha costruito il suo gusto, ha trasmesso la sua cultura e i suoi umori sia nell’edificare il nuovo che nel conservare il vecchio. Crediamo che questo sarà ancora valido per il futuro, tenendo conto che, quando si parla di cultura di un’epoca, si parla finalmente di cultura di colui che opera, che nella sua scelta dovrà essere in grado di rispecchiare gli umori attuali nel rispetto della storia.
Concordiamo con la definizione di restauro di Cesare Brandi: il restauro è «il momento metodologico del riconoscimento dell’opera d’arte, nella sua consistenza fisica e nella sua duplice polarità estetica e storica, in vista della trasmissione al futuro.»3. 
A questo punto vale la pena chiedersi: è giusto restaurare manufatti creando in essi variazioni tanto significative da cancellare la storia e la tradizione che stanno a testimoniare? Fino a che punto i progettisti possono spingersi nel cercare di attribuire un “nuovo” significato nell’operare un restauro su strutture architettoniche passate?
La risposta ce la fornisce Giovanni Carbonara quando asserisce che:
«Il restauro non è conservazione o, almeno, non è soltanto conservazione. Risponde, sì, ad esigenze di conservazione e “trasmissione al futuro” ma il suo ruolo, come vuole la Carta internazionale del restauro di Venezia, del 1964, è tanto “conservativo” quanto “rivelativo” o, secondo la Carta del restauro italiana del 1972, detta del M.P.I., di “facilitazione della lettura” dell’opera... […] Il restauro architettonico si colloca, dunque, in una classe alta di rischio che comporta l’obbligo di scelte caute, misurate e molto ragionate. Esso richiede un fare ed un pensare strettamente interconnessi; un analizzare, progettare, costruire, demolire quando necessario, mantenere nel tempo le architetture (e non l’architettura idealmente intesa, come fa giustamente notare Gianfranco Spagnesi, 2007) nella loro concreta, sofferta e perlopiù stratificata, irripetibile autenticità materiale, prim’ancora che simbolica, semantica, figurale ecc.»4. 
Alle considerazioni di Carbonara, sintetiche, ma allo stesso tempo puntuali nella definizione del restauro, aggiungeremo: se questa sensibilità (questo esprit de finesse che permette di trasformare l’indispensabile in necessità) della cultura storica, ancorché non convenzionale, è in grado di migliorare la conoscenza, che deve far parte dei valori di ogni architetto, indipendentemente dalle sue posizioni, e che diventa valore fondante insieme alla tradizione e riesce, nelle intuizioni, a configurare cose diverse da quelle pensate da altri ed acquisire strumenti per trasformare l’immaginazione

“Vi sono allora riguardo l’Architettura due doveri di cui è impossibile trascurare l’importanza: il primo nel rendere storica l’Architettura d’oggi, il secondo nel preservare quella del passato come la più preziosa delle eredità”

John Ruskin 

in dimostrazione e realtà operativa, interessando l’intera combinazione, sia nelle componenti tecniche che storiche del restauro, diventerebbe un altro elemento caratterizzante, come innovazione, della cultura della disciplina del Restauro dell’Architettura, perché l’innovazione è prima di tutto cultura fondata sul patrimonio delle conoscenze e delle esperienze, ma anche sull’immaginazione, sulla creatività, sulla fantasia, ecc.. Un fenomeno innovativo capace di generare un profondo mutamento della forma mentis, dalla rivalutazione e testimonianze delle tradizioni storiche all’affermazione del primato dello spirito, evitando così malinconici rifacimenti e azioni dannose degli ultimi anni.
Questo approccio metodologico del restauro non può esimersi dal ricordare alcuni studiosi come John Ruskin, conosciuto come “l’estremista della conservazione” del restauro architettonico. Il suo pensiero di restauro (chiamato “restauro romantico”) di pura conservazione, sostiene che l’intervento di restaurazione (inteso come ricostruzione, cioè la sostituzione dell’originale con una copia), annulla, per quanto riguarda la vita degli edifici antichi, la memoria storica del tempo: «Esso significa la più totale distruzione che un edificio possa patire: una distruzione per la quale nessun resto può essere raccolto, una distruzione accompagnata dalla falsa descrizione della cosa distrutta... […]. E’ impossibile in architettura restaurare come non è possibile resuscitare i morti …[…]: quello spirito che è dato solo dalla mano e dall’occhio dell’esecutore non può essere richiamato. Un altro spirito può essere dato da un altro tempo ed è allora un nuovo edificio; ma lo spirito dell’esecutore morto non può essere richiamato e ad esso ordinato di dirigere altre mani e altri pensieri...»5. Ed ancora: «Il primo passo verso il restauro... […] è il ridurre la vecchia opera in pezzi; il secondo è normalmente di mettere in opera la più economica e meschina imitazione che possa sfuggire al riconoscimento, ma in tutti i casi, per quanto accurata e lavorata è ciò nonostante, un’imitazione, un freddo modello di parti che possono essere modellate con integrazioni congetturali... […]. Si può fare il modello di un edificio come si può farlo di un cadavere... […] abbatti l’edificio, getta le sue pietre negli angoli più remoti, di essi fai zavorre o malta, se vuoi; ma fallo onestamente, e fallo senza fondare una menzogna al suo posto”.»6.
Nella vita di un edificio antico riconosceva tre fasi inscindibili: la creazione, la finalità e il momento della conservazione. Quindi, per Ruskin, la necessità fondamentale è di conservare l’esistente, ammettendo solo quegli interventi edilizi che oggi chiameremmo di manutenzione ordinaria (opere di riparazione, rinnovamento e sostituzione delle finiture -di una singola pietra - degli edifici e quelle necessarie ad integrare o mantenere in efficienza gli impianti), purché avvengano senza alterazioni delle caratteristiche. 
O l’alleato di John Ruskin, William Morris che, pur non essendo architetto, ma attento e profondo conoscitore dell’architettura, nel 1887 fondò l’associazione per la protezione degli antichi edifici: S.P.A.B. (Society for the Protection of Ancient Buildings) e il suo discorso iniziatico da quel momento è diventato il marchio dell’associazione: «[…]... per mettere la Protezione nel luogo della Restaurazione, per impedire la decadenza...[…]... per proporre un muro pericoloso o per riparare un tetto perdente con mezzi che sono ovviamente destinati a sostenere o coprire e non mostrano pretese di un’altra arte...[…]. Nel trattare i nostri antichi edifici come monumenti di un’arte passata, creata da modi passati, che l’arte moderna non può intromettersi senza distruggere.» (Morris, 1877).
In opposizione alla conservazione scrupolosa e inflessibile fu Eugène Emmanuel Viollet-le-Duc, assertore della metodologia del restauro come ricostruzione, ex novo, del monumento da restaurare, il quale affermò che: «restaurare una costruzione, non è mantenerla, ripararla o rifarla, è ristabilirla in uno stato completo che può non essere mai esistito fino a quel momento»7. 
In Italia, la “scuola di pensiero” di Ruskin ebbe effetto su due importanti architetti: Camillo Boito e Gustavo Giovannoni, i quali compresero e rielaborarono il suo pensiero.
Camillo Boito gettò le premesse per il restauro scientifico in Italia, studiando soluzioni tecniche volte a un risultato concreto per la conservazione e la funzione degli edifici. Rifiutò il restauro stilistico di Viollet-Le-Duc perché elemento falsificante il monumento. Sostenne la critica di Ruskin sul concetto che il monumento con il passare del tempo doveva essere consolidato e conservato, ma, confidando nella ristrutturazione, si oppose a lui in quanto non accettava la morte del monumento.
Queste teorie diventarono la base della prima Carta Italiana del Restauro, poi integrate e enunciate, in continuità di intenti con Boito, da Gustavo Giovannoni nella Conferenza Internazionale di Atene del 1931 (Carta del restauro di Atene) e pubblicate come contributo nella Carta Italiana del Restauro del 1932.
Giovannoni, promotore del cosiddetto “restauro filologico scientifico”, favorisce le opere di consolidamento, di manutenzione e di innovazione, realizzabili attraverso l’impiego di tecniche moderne, ma nel rispetto del valore del monumento le cui fasi storiche non dovrebbero essere mai eliminate o falsificate da aggiunte avvenute con materiali identici all’originale, i quali potrebbero contrabbandarsi per antichi fuorviando gli studiosi. 
In conclusione, tocca a noi tutti, in quanto questa materia non è un problema circoscritto ai soli studiosi, ma riguarda in particolare tutti gli architetti, fare in modo da evitare operazioni di restauro dove le caratteristiche specifiche del monumento vengano stravolte in seguito a riparazioni, sostituzioni, riusi, completamenti del tutto arbitrari, portando talvolta a goffe imitazioni. 
Non dobbiamo dimenticare che questa disciplina affascinante ci consente di preservare un patrimonio che abbiamo ereditato dai nostri avi e che abbiamo il dovere di trasmettere al futuro, alle nuove generazioni. Nel stesso tempo ci ricorda un luogo della nostra memoria, quindi ha a che fare anche con un senso di stabilità psicologica che la conoscenza del patrimonio culturale trasmette a noi ed alla nostra comunità.


Note bibliografiche

Maggiori info a questo link: https://www.infopage.com/url/RESTAURO-O-SUPREMAZIA-ESTETICA-maurizio-abeti-architetto



  1. Massimo Cacciari, in “Casabella, n. 689/685, 2000.
  2. Roberto Pane, relazione introduttiva al Convegno “Gli architetti moderni e l’incontro tra antico e moderno”, tenutosi a Venezia 1965.
  3. Cesare Brandi, Teoria del restauro, Collana Piccola Biblioteca Einaudi n.318, Torino 1977, p. 6
  4. Giovanni Carbonara, Il restauro non è conservazione, Lectio Magistralis per l’inaugurazione dell’A.A.m2008/2009, CC BY-NC-ND 4.0 Facoltà di Architettura, Sapienza Università di Roma 2013, pagg. 5. e 17.
  5. John Ruskin, Le sette lampade dell’architettura, Jaca Book, Milano 1982. p. 46 .
  6. John Ruskin, Le sette lampade dell’architettura, Jaca Book, Milano 1982. p. 46. 
  7. Voce “Restauro” nel Dizionario ragionato dell’architettura francese, volume 8, 1866. 

A cura di Maurizio Abeti
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